Disturbi Relazionali e della personalità
Ho scelto di titolare questa sezione disturbi relazionali e della personalità perché volevo intenzionalmente sottolineare come il problema della sofferenza mentale non sia riconducibile unicamente a una condizione psicologica individuale ma rimandi sempre, a mio avviso, a una qualche forma di interazione patologica che coinvolge ciascuno degli individui coinvolti in una relazione. Senza entrare troppo nei dettagli tecnici di una discussione accesissima, per la prima volta nella Bibbia dell’organizzazione mondiale della sanità per ciò che riguarda la classificazione dei disturbi mentali, (ossia nel DSM-5), l’etichetta “disturbi relazionali” è stata riconosciuta come degna di inclusione tra le varie categorie rappresentate. Esempi chiave di disturbi relazionali citati nel DSM-5 sono gli abusi fisici e/o emotivi all’interno delle relazioni di coppia, la grave trascuratezza nonché gli abusi fisici, emotivi e sessuali nei confronti dei bambini, o ancora le difficoltà nella funzione genitoriale come l’indisponibilità/incapacità a monitorare i comportamenti dei ragazzi o a dare loro forme di disciplina che non siano eccessive o inappropriate. La tesi che intendo sostenere e che ispira il mio lavoro clinico con i pazienti è che per capire adeguatamente e trattare efficacemente le persone che soffrono di problemi emotivi è necessario andare al di là del modo riduttivamente individualistico con cui la psicopatologia contemporanea ha affrontato il tema della salute/malattia mentale. Occorre a mio avviso fare spazio e saper includere ai fini diagnostici e di intervento a quei tipi di caratteristiche relazionali disfunzionali che influenzano il funzionamento di coloro i quali soffrono di disturbi personalità, (ad esempio quelli narcisistici, paranoidei, istrionici ecc) che tanti problemi sono in grado di creare tanto a sé stessi quanto a coloro che sono loro vicino. Vorrei precisare che quanto detto non significa affermare che ogni problema o disturbo emotivo sia causato esclusivamente da problemi nelle interazioni interpersonali. Il punto da considerare è che se non si tiene conto anche di questi aspetti si rischia di non sapersi muovere costruttivamente durante il trattamento psicoterapeutico, e commettere errori tipo attribuire a deficit personali le difficoltà di una persona a trarre giovamento dal lavoro fatto insieme quando invece è il contesto relazionale più ampio, in cui la persona è inserita a svolgere una funzione inibitoria e di ostacolo al successo terapeutico. Un esempio di ciò può essere quello di una persona che non sia in grado di far valere i propri diritti e che, non appena inizia a comunicare in maniera più assertiva, viene spinta a ritornare al suo stile precedente dalla risposta ancora più aggressiva di figure nel suo ambiente familiare che sentendosi minacciate dalla “ novità” agiscono in modo da annullare/neutralizzare gli sforzi di quella persona. Magari nell’intento di mantenere un equilibrio disfunzionale interpersonale ben noto in cui, pur soffrendo, sono comunque a loro agio.
Tornando alla nostra conversazione, arrivati a questo punto ci si può domandare: in che modo dunque i fattori relazionali sono coinvolti nel funzionamento inadeguato della personalità individuale?
Tentando anche in questo caso il più possibile di evitare tecnicismi e concetti complicati, tra coloro che si occupano della questione per rispondere a questa domanda occorre innanzitutto partire da quello che noi psicologi chiamiamo “ il senso di sé “. Si cerca di capire come riescono le persone da una parte a costruire un’idea di sé stessi che sia coerente, unitaria ed integrata ossia che non cambi da un momento all’altro, e dall’altra in che modo siano in grado dí diventare consapevoli della necessità di dare alla propria vita una qualche direzione in termini di obiettivi a corto, medio e lungo termine ( livello di funzionamento del sé ). Oltre al livello appena descritto, per valutare il buon adattamento di una persona nella società e nell’ambiente in cui vive si fa riferimento alle capacità di costruire, difendere e mantenere buone relazioni interpersonali attraverso la comprensione che gli altri hanno una mente che funziona in maniera simile alla nostra ( empatia) e alla capacità di raggiungere/mantenere un qualche tipo di intimità matura ( livello di funzionamento interpersonale).
In aggiunta alla valutazione dei livelli di funzionamento del sé e interpersonale, per valutare in maniera utile e pratica i disturbi della personalità vengono attualmente associati alla presenza di eventuali disfunzioni a carico dell’uno e/o dell’altro livello di funzionamen uno o più tratti patologici di personalità. Ognuno di questi tratti presenta delle sfaccettature sulle quali non mi soffermerò in questa introduzione. Basti sapere che ogni persona viene accuratamente valutata su ciascuno di questi aspetti.
I tratti generali su cui le persone vengono valutate sono i seguenti:
Affettività negativa (vs stabilità emotiva) le persone che manifestano questo tratto sperimentano frequentemente emozioni negative come ansia, vergogna, rabbia in maniera intensa e tale da influenzare negativamente il proprio comportamento ( ad esempio inducendo atti di autolesionismo, o violenza fisica);
Distacco ( vs estroversione) le persone che manifestano questo tratto tendono a preferire il rimanere in disparte, isolarsi dagli altri, manifestando scarsa o nulla capacità di provare piacere nelle varie situazioni sociali;
Antagonismo (vs disponibilità) le persone che manifestano questo tratto tendono ad entrare facilmente in conflitto con gli altri, hanno un esagerato senso dí importanza e si aspettano di essere trattati in maniera speciale, sono inconsapevoli o disinteressati ai diritti/bisogni degli altri e tendono ad usare gli altri per i loro fini personali;
Disinibizione ( vs coscienziosità) le persone che manifestano questo tratto tendono a comportarsi in maniera impulsiva, ricercando la gratificazione del momento senza tenere conto degli insegnamenti del passato o delle possibile conseguenze future;
Psicoticismo ( vs lucidità) le persone che manifestano questo tratto tendono ad avere idee e/ o comportamenti estremamente bizzarri, eccentrici, fuori dal comune. Ad esempio possono essere convinti di aver subito “ una fattura” o che i suoi colleghi di lavoro si siano coalizzati con l’intenzione di far loro del male e danneggiarli in qualche maniera.
Una valutazione fatta in questo modo permette non solo di capire com’è fatta una persona e quali problemi abbia ma fornisce indicazioni precise da cui partire in pratica individuando i punti di debolezza ( ma anche i punti di forza) che necessita di un intervento dedicato.
Prima di concludere vorrei sottolineare un altro aspetto molto importante da tenere in considerazione quando si parla di problemi di personalità e di relazioni interpersonali disturbate. Questo aspetto riguarda il fatto che le persone non siano distaccate le une dalle altre come già detto ma al contrario siano inserite in contesti dinamici di natura sociale. Ossia, le loro azioni suscitano delle reazioni, e queste reazioni hanno effetto sulla persona iniziale. In altre parole, quello che io faccio e dico ha un effetto su di te, e questo effetto a sua volta spinge la persona che subisce questo effetto ad agire in un modo che reciprocamente influenza la mia mente e le mie azioni. E’ proprio questo tipo di dinamiche che determina il verificarsi ciclico e ricorrente di interazioni disfunzionali che sono nello stesso tempo intra e interpersonali e che purtroppo mantengono bloccate le persone che ne rimangono intrappolate.

Facciamo degli esempi. Poniamo che la persona A abbia avuto esperienze precoci dalle quali ha imparato ad aspettarsi che non si possa correre il rischio di ritenere degne di fiducia le persone che la circondano. Anzi, in base a ciò che ha imparato nelle relazioni con figure importanti della sua vita fin da bambino sia arrivato a credere che le persone in generale siano sempre pronte ad approfittarsi, a manipolarti per i loro fini personali, ad abusare della tua disponibilità e buona fede a parlar male di te alle tue spalle. Poniamo dunque che queste aspettative abbiano portato la persona che le ha create a ritenere che l’unico modo per evitare e difendersi da queste conseguenze sia comportarsi in maniera diffidente, brusca ed evitare il più possibile di aprirsi con chiunque. Questo perché fare altrimenti comporta il rischio di rivivere le brutte situazioni da cui quelle aspettative hanno avuto origine. Questo tipo di atteggiamento però ha un impatto sulle persone che si incontrano. Infatti, non sapendo nulla delle ragioni che spingono quella persona ad agire in quel modo, di fronte a quei comportamenti e a quell’atteggiamento apparentemente inspiegabili obiettivamente, ammettiamo che gli altri inizino a domandarsi cosa ci sia che non va in quella persona e magari inizino a reagire adottando loro stessi dei comportamenti negativi. Ad esempio iniziando ad allontanare la persona considerata ostile e non amichevole, o magari a parlare fra di loro di quanto “strano” sia il loro-ad esempio- collega di lavoro. Accorgendosi di ciò la persona A tende a considerare confermate le sue aspettative sugli altri e sul modo di funzionare delle cose in questo mondo e a continuare per ciò stesso ad agire come ha sempre fatto. Ancora, immaginiamo che ad una festa ci sia un individuo che, ritenendo di essere una persona generalmente apprezzata abbia dei modi affascinanti e gradevoli che siano in grado di evocare nei partecipanti al party delle risposte di avvicinamento e di interesse e di come l’attenzione ricevuta in conseguenza sia considerata dalla persona stessa una ulteriore conferma dell’idea di sé come qualcuno “generalmente amabile”.
Immaginiamo al contrario che ci sia qualcuno che avendo dei dubbi sulla propria desiderabilità sociale rimanga in disparte, non interagisca magari continuando ad armeggiare con il proprio cellulare per tutta la sera. Riuscite ad immaginare quale tipo di risposta una persona del genere tenda ad evocare negli altri? E quali conseguenze questo fatto possa determinare nel confermare l’idea che questa persona ha di sé stessa?
Fenomeni come quelli appena descritti avvengono automaticamente, in modo inconsapevole dal quale può essere impossibile riuscire a districarsi senza l’aiuto di qualcuno che sia in grado di aiutare a fermarsi un attimo e a guardare in maniera “oggettiva” a quanto sta accadendo, cercando di far capire a quella persona, il “contributo” che lui/ lei dà alla creazione e al mantenimento dei suoi problemi emotivi e relazionali.
Queste dinamiche cicliche che come dicevo prima si imparano da bambini non scompaiono senza sforzo. Occorre innanzitutto accorgersi del loro funzionamento, dei contesti in cui questi cicli vengono principalmente a svolgersi, magari anche all’interno della relazione terapeutica. Con l’aumento di consapevolezza vanno individuati nuovi modi di pensare, di sentire e di agire che poi vanno messi in atto. Quindi la psicoterapia funziona innanzitutto gettando un fascio di luce dove prima c’era oscurità, nell’aiutare a fissare nuovi obiettivi terapeutici e nel mettere in atto concretamente questi nuovi modi di essere e di agire. La ripetitività dei comportamenti disfunzionali intra e interpersonali può così essere utilizzata all’interno della relazione terapeutica oltre che per aumentare la consapevolezza, anche per insegnare a stabilire dei collegamenti tra emozioni dolorose, frammenti di pensieri e ricordi relativi alle origini di questi schemi di pensiero e di comportamenti mediante l’uso del linguaggio.
Laddove vengano attentamente esplorati all’interno di una relazione terapeutica sicura, nel contesto di un atteggiamento di sicurezza, apertura e curiosità, la progressiva conoscenza di questi collegamenti può portare allo sviluppo di un senso di sé più coesivo, stabile ed efficace insieme ad una aumentata capacità di rapportarsi con se stesso e con gli altri.
